La nostra storia

Livorno “Città delle Nazioni”

Non si crede di sbagliare affermando che, in prospettiva storica, Livorno sia nota in Italia e nel mondo prima come porto e poi come città.
Città voluta fortemente dal potere mediceo fra la seconda metà del XVI e l’inizio del XVII secolo, sviluppata dai granduchi di quella famiglia e potenziata dai Lorena, in funzione del porto franco ed a servizio dello stesso, un tutt’uno inscindibile con esso a formare un organismo unitario.
La promulgazione di una serie di privilegi, tra cui le famose “Leggi Livornine” del 1591-1593, costituì la base giuridica di quella che sarà poi anche chiamata, in modo molto evocativo, “Città delle Nazioni”.
Fulcro del commercio di deposito nel Mediterraneo, che prosperò almeno sino ai primordi del XIX secolo, la struttura urbana della città, la sua stessa architettura, ma anche i rapporti sociali e culturali all’interno della sua popolazione, si svilupparono in funzione dell’esistenza del porto franco.
Quest’ultima entità richiedeva non solo l’inesistenza della barriera daziaria tra il porto e la città (in questo modo le merci potevano entrare nello spazio del porto franco senza pagare il dazio e riuscire dallo stesso verso l’estero, sempre libere da imposta), ma anche l’instaurazione e il mantenimento di una politica di libertà nel governo della società, dell’economia e della cultura, che, sotto il controllo vigile del potere centrale, lasciasse ampio spazio alle voci ed agli interessi dei soggetti che operavano nel territorio (in primis i mercanti).
Solo tali condizioni, d’altra parte, consentirono di attrarre e mantenere stabilmente persone intraprendenti, mercanti appunto, o come li chiameremmo oggi imprenditori, che fecero la fortuna della “Città delle Nazioni”.
Con questo termine ancora oggi, infatti, è nota la città di Livorno, a sottolineare il peso che ebbero le “Nazioni”, come si usava dire per indicare quelle che oggi definiremmo “comunità straniere”.
Le “Nazioni” nacquero proprio dalla necessità, si direbbe fisiologica, di gruppi di persone che si trovarono ad operare in terra straniera, di aggregarsi come risposta ad un bisogno di unità e di comune tutela degli interessi economici ma anche personali e socio-culturali, di mutua assistenza e supporto, per far fronte alle esigenze quotidiane più varie per mantenere viva la cultura del proprio paese e la propria religione.

La Nazione Fiamminga e Alemanna
poi Olandese Alemanna

In una prima fase le Nazioni furono prevalentemente caratterizzate da un fattore di provenienza regionale: si pensi, per quanto ci interessa, alla Nazione Fiamminga, che chiamava a raccolta i mercanti provenienti dall’area delle Fiandre (Belgio) e delle Province Unite (Olanda) o, ancora, alla Nazione Inglese e a quella Ebraica (costituita dagli ebrei sefarditi, richiamati a Livorno dalla penisola iberica con le Leggi Livornine).
Si consideri come le distinzioni geografiche fossero spesso assai più labili di quanto oggi si possa pensare, così che la Nazione Fiamminga, in origine, comprendeva in sé anche due cittadini tedeschi ed assunse, quindi, il nome di “Nazione Fiamminga e Alemanna”, raccogliendo progressivamente cittadini provenienti dalle aree del Centro-Nord Europa.
Questa Nazione può dirsi già costituita alla fine del XVI secolo, quando gruppi di mercanti tedeschi e fiamminghi elessero un proprio console comune e, pochi anni dopo, ricevettero autorizzazione per costruire una propria cappella in onore a Sant’Andrea Apostolo all’interno della chiesa della Madonna.
Tuttavia, la creazione di tale organizzazione viene fatta risalire ad una data successiva, eternata negli Statuti ancora oggi conservati nell’archivio della stessa, e contenuti in un libro che, per la sua copertina, è noto come “Libro Rosso”: il primo maggio 1622, quando i fondatori, sei fiamminghi e due tedeschi (a dimostrazione della preponderanza, a tale epoca, dell’elemento fiammingo), si riunirono al fine di istituire una struttura con eminenti scopi cultuali e sepolcrali, ma anche di mutua assistenza per i poveri, gli ammalati, i carcerati e i connazionali di passaggio che si fossero trovati in difficoltà. Fra le finalità, inoltre, vi era anche quella di celebrare la festa di Sant’Andrea il 30 novembre di ogni anno.
La Nazione sopravviveva con un sistema di contribuzione interno, e, soprattutto, mediante l’imposizione di un prelievo rapportato in percentuale ai noli e alle compravendite effettuate a Livorno dai mercanti fiamminghi e tedeschi.
Gradualmente, con l’incremento dei mercanti “alemanni” e la progressiva riduzione di quelli fiamminghi, la componente riformata della Nazione si palesò sempre più chiaramente fino a costituirne l’elemento preponderante, infatti già dal 1679 la Nazione si definì Olandese-Alemanna.
In un delicato equilibrio fra la volontà dei riformati di esercitare il proprio culto e di seppellire i propri morti secondo le loro tradizioni, e i tentativi del Santo Uffizio di intervenire direttamente per estirpare l’eresia, onde evitare proselitismo o “dubbi” nella popolazione cattolica, i granduchi medicei attuarono la politica del laissez-faire, purché non vi fosse eccessiva ostentazione nei loro comportamenti pubblici.
Tra la metà del XVIII e gli inizi del XIX secolo, la presenza olandese era pressoché scomparsa, a favore di quella tedesca (proveniente dalla miriade di stati che a quell’epoca componeva la Confederazione Germanica), con robuste presenze anche di membri francesi, svizzeri (sia germanofoni, che francofoni ed italofoni), norvegesi, svedesi, danesi e dei paesi baltici, accomunati dalla fede riformata.
La trasformazione si era dunque compiuta: la Nazione, da gruppo di mercanti stranieri uniti da una stessa provenienza geografica-culturale, era divenuta la “Congregazione”, che nella riformulazione degli statuti del 1822 pose all’articolo 1, enunciando il proprio scopo, quello “unico… di mantenere l’esercizio del culto evangelico e conservare le proprietà come i privilegi fin qui posseduti sotto il benefico Governo dei Granduchi di Toscana”. Si passa, quindi, da un fenomeno nazionale interconfessionale, ad uno interculturale ed internazionale di stampo religioso riformato, che fu motore di un’elevata vivacità culturale: si pensi, ad esempio, al pastore Giovanni Paolo Schulthesius, musicista, letterato, amico e corrispondente del Foscolo e del Paisiello, segretario dell’Accademia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti di Livorno e a Enrico Mayer, pedagogista collaboratore di Pietro Thouar, Niccolò Tommaseo, Raffaello Lambruschini, amico e corrispondente di Giuseppe Mazzini, Gian Pietro Vieusseux e Angelica Palli.
Tutt’altro che secondari furono i contributi in ambito economico-finanziario, imprenditoriale e assistenziale: dalla ferrovia Leopolda alla Camera di Commercio, dalla Cassa di Risparmi alle varie Società degli Asili e del Mutuo Insegnamento.
Tuttavia dopo l’unità d’Italia, con l’abolizione del porto franco e i mutamenti socio-economici che interessarono la città (comprese le crisi bancarie degli anni ’90 del XIX secolo), numerosi mercanti furono costretti ad abbandonare Livorno e la Congregazione subì conseguentemente un forte ridimensionamento. Gli eventi connessi alle due guerre mondiali accentuarono in modo definitivo la parabola discendente della comunità, che sostanzialmente scomparve con la morte degli ultimi membri.
Nel 1997 la Congregazione si ricompose attorno ad alcuni dei suoi discendenti diretti, riformando i propri statuti e riattivandosi per la salvaguardia dei propri beni materiali e immateriali.

Matteo Giunti
Stefano Ceccarini